Pazza per le favole

Un altro giorno di lavoro per Kate Darrengton, l’ennesimo caso complicato per lei e per il suo distretto. Una donna, vagamente somigliante a Biancaneve, la protagonista della celebre favola per bambini, venne uccisa in Central Park verso le sette del mattino. Esaminando il corpo della vittima il medico legale della polizia di New York giunse alla conclusione che la donna fu avvelenata. Alla luce di questi fatti iniziarono le indagini. Gli agenti si rivolsero dapprima a tutte le biblioteche e a tutte le librerie del circondario. Il detective Darrengton era infatti fortemente convinta che ci fosse uno stretto legame tra le sembianze fiabesche della vittima e il movente dell’omicidio. A tal motivo diede ordine ai suoi uomini di scovare ed interrogare tutte le persone che con metodica dedizione acquistavano o prendevano in prestito tale genere di racconti.

Dai controlli incrociati non risultò nulla di particolarmente sospetto. Solo in una piccola libreria di un quartiere adiacente al parco si registrava un notevole acquisto di fiabe per bambini. I libri che furono comprati appartenevano ad un filone ben preciso, erano tutte storie di principi e principesse, le ormai classiche vicende di amori ostacolati da scogli insormontabili. Il capo detective Darrengton decise di interrogare la proprietaria del negozio, nel tentativo di recuperare qualche indizio utile alla soluzione del caso.

II

Entrata nell’esercizio l’ispettrice si diresse verso il bancone. Una volta presentatasi si identificò mostrando il suo distintivo e cominciò ad esporre i motivi della sua visita. Dopo aver chiesto alla proprietaria se questa si ricordasse di un grosso acquisto di fiabe per bambini domandò ancora se per caso avesse notato nulla di particolare nella persona che comprò la merce. La libraia dopo aver controllato sui libri contabili dell’attività risalì al nome dell’acquirente. Si scoprì dunque che il suo nome era Caroline Milton, a tale nominativo infatti corrispondeva l’intestazione della carta di credito con cui furono comprati i libri. Fu così che la polizia risalì all’indirizzo della sospettata.

L’interrogatorio della ragazza si rivelò più semplice del previsto. Caroline Milton negò categoricamente di aver acquistato i libri di favole. Pochi giorni prima, cercando tra i documenti del suo portafogli, si accorse di aver smarrito la carta di credito. Una volta accertata la mancanza denunciò immediatamente il furto alla polizia. Il foglio a lei rilasciato dalle autorità confermava la sua versione.

Convinta che la sospettata dicesse la verità la Darrengton chiese il permesso di perlustrare la grande casa in cui abitava. C’era qualcosa che non tornava; la descrizione fisica fatta dalla libraia indicava una persona fisicamente molto simile a Caroline. Eppure lei non poteva esser stata..

Entrata nella biblioteca del piano terra l’investigatrice notò una foto incorniciata e ben lustrata. Pensò immediatamente che la signorina Milton dovesse tenere molto a quel ricordo. Una volta tolta dall’involucro di vetro ed argento fu facile osservare meglio l’istantanea; raffigurava la proprietaria di casa abbracciata ad una ragazza molto simile a lei, forse una parente. Entrambe, in piedi su di una terrazza, sorridevano ad un tramonto estivo. Sul retro della foto una data e una dedica: “16 agosto 2013, Da Jennifer alla sua preferita cugina Caroline”. Le due ragazze erano cugine, due cugine molto simili nell’aspetto e presumibilmente anche nel carattere. La detective interpretò questa scoperta come un nuovo sbocco per le indagini, decise così di scoprire qualcosa di più a riguardo di questa bizzarra coppia.

Parlando con Caroline la Darrengton venne a conoscenza che questa non viveva sola. Sua cugina Jennifer condivideva infatti ormai da qualche mese l’abitazione. Jennifer non molto tempo prima fu abbandonata sull’altare dall’uomo che aveva sempre desiderato sposare. Questo fatto provocò in lei un profondo turbamento, una crisi esistenziale che cominciò ad allontanarla dalla realtà. Caroline impietosita dal triste destino della cugina decise di ospitarla nella sua abitazione, di modo da non lasciarla sola di fronte alla disperazione che un’esperienza del genere può causare. La convivenza si dimostrò però subito molto complicata. Caroline infatti dovette ben presto assistere allo strano modo di reagire della cugina. Emotivamente distrutta dall’accaduto, cominciò infatti ad odiare ogni forma di amore romantico e melenso. La stanza dell’ospite iniziò pericolosamente a tappezzarsi di poster ed immagini raffiguranti principesse innamorate totalmente decapitate. Le fotografie rappresentavano per Jennifer l’odio che questa provava nei confronti del suo tragico destino d’amore. Persino Caroline, spaventata per le sorti della cugina, cominciò a temere per il peggio fino a confidare i suoi timori ai parenti increduli. Di fronte a questi nuovi indizi Darrengton cominciò a sospettare che esistesse un profondo legame tra l’abbandono nuziale, la convivenza parentale e gli omicidi fiabeschi.

III

Le ricerche ripresero. Darrengton non aveva la minima idea di dove Jennifer si stesse nascondendo e che cosa stesse tramando. Decise di tornare sul luogo del delitto, nella stessa ora e nello stesso luogo in cui avvenne. Central Park, all’alba. Inizialmente non notò nulla di strano, poi, d’improvviso, un’ombra tra gli alberi la colpì. Si avvicinò alla sagoma da cui questa derivava e stupita si accorse che apparteneva ad un senzatetto. L’uomo fece per andarsene ma il detective lo trattenne interrogandolo, gli chiese delle sue abitudini, se vivesse in quel luogo in maniera sedentaria e se per caso il giorno dell’omicidio avesse visto qualcosa di particolare. Il clochard, dapprima intimorito, cominciò a rispondere onestamente.

Incalzato dalla poliziotta l’uomo confidò di aver assistito all’omicidio. Jennifer, che fu da lui subito riconosciuta grazie alla foto che il detective aveva prelevato dalla casa della cugina, uccise la povera ragazza proprio sotto i suoi occhi, e senza accorgersene. Scagliandosi contro la sua futura vittima la donna svelò i suoi piani. Il suo vero obiettivo rivelò essere quella che lei chiamava Bella Addormentata, colei che più di tutte odiava, colei che le aveva rubato il suo grande amore. La sfortunata, che a detta dell’omicida stessa assomigliava fisicamente al suo vero obiettivo, solo per tal motivo finì tra le sue grinfie, uccisa dalla furia di una donna a cui era stato strappato il vero amore. Il pover’uomo, dopo aver fornito questa serie d’informazioni all’investigatrice, aggiunse che per paura di esser scambiato per il colpevole e per la sua vita nomade ed irregolare aveva preferito non avvertire la polizia.

Avendo rassicurato il senzatetto e dopo aver raccolto le idee il detective Darrengton decise di tornare da Caroline per cercare di ricavare nuove informazioni. A colloquio con la parente di quella che ormai, in maniera incontrovertibile, si presentava come un vero e proprio serial killer, l’investigatrice svelò i nuovi e decisivi dettagli appresi dal senzatetto. La ragazza, sconvolta dalle novità, cominciò a piangere a dirotto. Una volta tranquillizzata la poliziotta le chiese di spiegare meglio come Jennifer fu lasciata sull’altare e se per caso conoscesse il perché di questa sua ossessione per il personaggio fiabesco della Bella Addormentata. La giovane, ancora leggermente scossa, non seppe spiegare il motivo di questo pensiero assillante. Raccontò invece nuovi retroscena a proposito delle sofferenze amorose della cugina. Jennifer, secondo il racconto di Caroline, fu abbandonata dallo storico fidanzato a causa di un’infatuazione che questo si prese per una modella. Anche se corrisposto solo per un breve periodo egli perse la testa, tanto da mandare in frantumi anni di fidanzamento ed un matrimonio imminente.

IV

Uscita dall’abitazione il detective cominciò ad interrogarsi su chi potesse essere la Bella Addormentata. Molto probabilmente questa figura di fantasia coincideva nella mente di Jennifer con la modella che secondo lei le aveva portato via il suo uomo. Si trattava di fare in fretta, la furia omicida della ragazza avrebbe potuto colpire da un momento all’altro quello che ormai si presentava come un obiettivo dichiarato. Camminando per la strada l’investigatrice interrogò se stessa cercando nei cassetti della sua mente ogni connessione logica in grado di fornirle un indizio. Senza successo cercava di creare un ponte tra la fantasia del personaggio fiabesco e la dura realtà che tra poco avrebbe atteso una ragazza innocente. Il vuoto e lo sconforto cominciarono ad impadronirsi della poliziotta ormai stremata dalle ricerche. Quando ad un certo punto, per pura coincidenza, alzò gli occhi e vide ciò che tanto aveva invocato.

Barbara Sneider aveva appena finito di lavorare. Come ogni volta dopo un set fotografico si diresse nel suo camerino per cambiarsi e struccarsi. Spingendo la porta si stupì di non aver chiuso a chiave. Ogni volta prima degli scatti chiudeva la sua stanza per evitare che fans e ficcanaso la importunassero. Alzò le spalle e liquidò l’accaduto come semplice dimenticanza. Dopo aver sistemato lo sgabello in prossimità dello specchio iniziò l’opera di pulizia del viso. Passandosi la lozione detergente notò attraverso lo specchio l’ombra di qualcuno..

“Chi è che si nasconde lì dietro? Non sa che questo è un camerino privato?! Esca per favore!”

L’esortazione che la modella rivolse a quella strana figura sembrò inizialmente cadere nel vuoto. Poi di colpo il corpo dell’intruso si mostrò alla luce della stanza. Jennifer stava lì, in piedi di fronte alla sua preda.

Gentilmente rispose: “Mi scusi signorina Sneider, non volevo affatto spaventarla. Sono una rappresentante farmaceutica, avrei da proporle un grosso affare! Credo possa interessarle..”

“Un grosso affare?! Dica pure, sono tutta orecchi!” confermò la modella.

“Vede, la mia ditta sta cercando di sponsorizzare un nuovo prodotto e per farlo vorrebbe utilizzare una delle più famose e affermate artiste in circolazione: cioè lei! I miei dirigenti le offrirebbero un contratto da dieci milioni di dollari se lei accettasse di pubblicizzare il nostro prodotto! Si tratta di un elisir in grado di mantenere la pelle giovane, un elisir molto più potente rispetto a quelli sul mercato. Ne avrei qui giusto un campione gratuito da farle provare! Sa, giusto per farle conoscere i suoi benefici!”

“Un contratto da dieci milioni di dollari e un elisir ringiovanente gratis?! Deve essere il mio giorno fortunato! Lo assaggerò molto volentieri! Chiami pure i suoi capi e dica che accetto senza indugi!”

Barbara fece per ingoiare il contenuto della bottiglia ma una volta portato alle labbra il contenitore venne interrotta da un gran frastuono. Il detective Darrengton irruppe nella stanza e intimò alla modella di non bere. La ragazza lasciò andare ciò che aveva in mano facendolo cadere sul pavimento. A quel punto la poliziotta immobilizzò Jennifer ammanettandola con cura.

“Ma che sta succedendo? Perché sta arrestando quest’agente farmaceutico?” chiese la scampata vittima.

Dopo essersi ripresa dalla corsa e dall’irruzione l’investigatrice spiegò i motivi delle sue azioni. “Questa non è un’agente. Questa donna si chiama Jennifer, ed è qui per ucciderla. La lozione che le stava propinando contiene sicuramente un fortissimo sonnifero, diluito in dosi letali. Jennifer è la ex futura sposa di Patrick, l’uomo con cui ha avuto una relazione e che per lei ha perso la testa. Voleva eliminarla perché nella sua mente lei rappresenta la causa della fine della sua storia d’amore.”

“Sì” confermò Jennifer piena di rabbia. “Tu mi hai rubato Patrick, ora la mia vita non ha più senso.. Tu dovevi morire, tu Bella Addormentata.. Tu dovevi bere il tuo sonnifero e non risvegliarti più, come la ragazza nel parco…”. Dopo un attimo di silenzio rivolse il suo sguardo verso la detective e la interrogò: “Come ha fatto ha scoprirmi? Come ha fatto a capire dov’ero?”

“Mentre camminavo per la strada interrogandomi su chi fosse la Bella Addormentata a cui hai giurato vendetta nel parco, come mi ha raccontato un vagabondo che ha assistito all’omicidio, un cartellone pubblicitario mi è venuto in soccorso. La bellissima ragazza fotografata distesa su di un comodissimo letto non poteva essere altro che lei. Una volta scoperto il suo nome e dove stesse lavorando è stato facile intervenire ed impedire che quest’omicidio venisse compiuto!”.

“ Ora per te è finita” – continuò l’investigatrice – “sconterai una lunga pena in qualche istituto psichiatrico dove qualcuno si prenderà cura di te, dove qualcuno cercherà di spiegarti che lei non è la vera colpevole del tuo amore svanito e che anche se lo fosse stata prendersela con lei non avrebbe alleviato il tuo dolore, anche se tu ora credi il contrario..”

I poliziotti corsi in aiuto del detective portarono via Jennifer. La modella allora iniziò a ringraziare l’investigatrice: “Grazie, grazie mille! Come posso ricompensarla??”

“Lei non mi deve nulla, ho solo fatto il mio lavoro. Accetti un consiglio però; prima di corteggiare o farsi corteggiare stia molto attenta a chi si sta avvicinando. Far perdere la testa ad uomo già accompagnato può essere pericoloso per entrambi, lo ricordi!”

Detto questo l’agente salutò la modella e uscì. Una volta in strada, sola con i suoi pensieri, la Darrengton si congratulò con se stessa, in attesa del prossimo intrigante ed eccitante caso.